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storia degli orti

la storia degli orti

Civiltà antiche

Giardino-orto nelle civiltà antiche

Ninive
Ninive – Giardino del Re nel palazzo reale di Assurbanipal

In origine era il paradiso perduto: un giardino o orto delle delizie in cui l’umanità viveva in pace, a stretto contatto con la divinità.
Questa rappresentazione è comune a molti popoli antichi: uno spazio concluso in cui la natura benigna fornisce spontaneamente ogni cibo già commestibile, frutta e verdura, latte e miele…; il tutto tra alberi ombrosi, fiori di ogni genere e sorgenti e corsi d’acqua, dove persino gli animali feroci sono mansueti.
Da questo paradiso originario, da questo angolo di terra che nutre senza la fatica del lavoro, l’uomo si è staccato, iniziando il suo percorso di agricoltore e di pastore, ma serbando sempre la nostalgia di questo mitico luogo perduto per sempre, almeno nella vita terrena.
Questo il motivo che ha spinto nei secoli le più diverse civiltà ad immaginare e poi tentare di ricostruire il mitico paradiso perduto.

Giardino di Nebamon
Giardino di Nemabon (circa 1600 a.C.) a Tebe

A questo spazio ideale si ispirano i più antichi e celebri giardini o parchi reali dell’Oriente e dell’Egitto, dove il sovrano esalta il proprio potere assoluto ricreando paradisi artificiali disseminati di varietà di frutti, fiori, piante che dimostrano ricchezza e prestigio, oltre che la vastità dei domini.

Giardino da una tomba tebana
Giardino da una tomba tebana (circa 1400 a.C.)

I giardini più antichi, di cui abbiamo diverse testimonianze, sono quelli egizi (circa 1600-1400 a.C). Nell’antico Egitto, il giardino era un luogo molto importante simbolo di vita e il lago sempre presente, oltre ad essere una scorta d’acqua, rappresentava l’oceano primordiale.

Giardini pensili di Babilonia
Raffigurazione ipotetica dei Giardini pensili di Babilonia

In molti popoli che hanno scelto la città come luogo prevalente di vita, il giardino-orto è realizzato intorno e dentro i palazzi dei potenti, assumendo forme e strutture architettoniche monumentali.
L’esempio più celebre e noto sono i mitici giardini pensili di Babilonia (vicino all’odierna Baghdad, Iraq) , che secondo la tradizione furono costruiti dalla regina assira Semiramide.

A questi modelli antichissimi si rifaranno nei secoli successivi i giardini e parchi di re, principi, imperatori e in generale dei potenti di turno.
L’aspetto produttivo, quello più propriamente ortofrutticolo, avrà maggiore o minore rilevanza sull’aspetto ornamentale, a seconda del contesto economico e culturale che regola da sempre l’equilibrio tra urbanità e rusticità.

Giardini di Babilonia 2
I Giardini pensili di Babilonia in una stampa settecentesca francese (A. Manesson Mallet)

Accanto ai giardini-orti di tradizione orientale, ci sono da sempre anche gli orti­ giardini, quelli che in città e in campagna le famiglie con disponibilità di terra coltivano per l’autoconsumo o per il mercato locale.
In questi casi il fine principale è l’utile, anche se l’ideale tendenza ad un piccolo “paradiso” privato sembra sempre pronta ad esprimersi.
Così gli orti della Macedonia nel V secolo a.e. cominciarono ad ospitare, accanto agli ortaggi tradizionali, le profumatissime rose del re Mida ed Epicuro passò alla storia per essere il primo ad avere installato un orto-giardino privato all’interno di Atene.

Testo: Paolo Braconi – Università degli Studi di Perugia

Epoca romana

L’hortus romano

Masaici
Mosaici del museo del Bardo

La parola latina hortus (greco chortos) ha la stessa radice che ha generato la parola giardino (garten, garden, jardin) e che rimanda all’idea di “spazio recintato”.
L’originario hortus romano era in effetti un piccolo appezzamento di terreno chiuso e annesso alla domus.

Domus romana
Domus romana

Era strettamente destinato alla produzione di ortaggi, frutta e qualche fiore ed era un’estensione dell’abitazione, una sorta di dispensa a cielo aperto, tutelata dalle stesse divinità che proteggevano la casa (i Lari).
L’alimentazione romana si basava essenzialmente su prodotti vegetali. Se la carne era l’eccezione indispensabile per connotare le feste e con esse la convivialità, i cereali (zuppe, polente e pane) erano la base dell’alimentazione, insostituibile e irrinunciabile fonte di sussistenza per la vita civile (da cittadino) e militare.
Ma fuori dalle regole del vitto imposte dalla ritualità del sacrificio, dalla guerra o dagli affari cittadini, il romano amava rappresentarsi come un ancestrale rustico mangiatore di ortaggi e di frutti, considerati i cibi più civilizzati perché prodotti dalla terra più vicina e addomesticata, quella dell’orto, perennemente lavorata e mai ciclicamente lasciata a riposo come quella dei campi.
Oltre che quelli domestici, una cintura di orti circondava Roma e i centri urbani, rifornendo quotidianamente i mercati locali.
Per la mentalità antica in generale e quella romana in particolare, i prodotti dell’orto erano preferibili e meno dispendiosi perché consumabili crudi, o meglio “cotti” dalla maturazione al sole, come la frutta, le insalate e alcune radici.

Testo: Paolo Braconi – Università degli Studi di Perugia

Gli Horti romani

Horti Luculliani
Ricostruzione degli Horti Luculliani sul pincio a Roma

Questa rustica semplicità delle origini si alterò quando la civiltà della Grecia e dell’Oriente conquistati “conquistò” a sua volta Roma.

Il piccolo orto dietro casa lasciò allora il posto a sofisticati peristili, micro-paradisi a imitazione delle nobili dimore ellenistiche.
Lucullo, vittorioso su Mitridate re del Ponto, oltre ad importare tesori e novità carpiti al nemico, realizzò (66 a.C.) il primo grande parco-giardino privato romano, con aiuole, boschetti, padiglioni, portici, ninfei, mostre d’arte. Insomma un antesignano dei grandi parchi o ville che ancora sono presenti a Roma.
Per designare questo grande spazio urbano, non destinato alla produzione di fave, piselli, lupini, cavoli, cipolle e insalate, i romani continuarono ad usare il nome del vecchio tradizionale orto, volgendolo al plurale: Horti Luculliani, cui seguirono quelli di Sallustio, di Cesare, di Mecenate e molti altri ancora, che attirarono le critiche dei conservatori, mai rassegnati a vedere un romano coltivare la terra senza ricavarne frutto.
L’orto e l’orticoltura continueranno ovviamente a vivere, tra città e campagna, e rifornire di alimenti vegetali la mensa del ricco come quella del povero.

Testo: Paolo Braconi – Università degli Studi di Perugia

Gli orti sepolti di Pompei

Villa Livia
Affresco del giardino di Villa Livia a Pompei, Museo Nazionale Romano, Roma

Lo scavo stratigrafico e l’etnobotanica, insieme a testimonianze preziose come quella di Plinio nelle Naturalis Historia e agli affreschi che decoravano le case romane
·dell’area vesuviana, hanno consentito di ricostruire la fisionomia dei giardini pompeiani con informazioni dettagliate sulle specie botaniche e sui loro molteplici usi: dalla decorazione del giardino all’ornamento delle corone, all’uso in medicina e in cucina.
I fiori a disposizione, che non erano molti, si coltivavano in gruppi isolati o insieme alle rose. La presenza nell’area vesuviana di specie esotiche (il fiore di loto, la palma da datteri, il platano, il limone, il cedro) testimonia l’esistenza di scambi con regioni lontane. Per decorare gli spazi verdi, i giardinieri dell’epoca utilizzavano molto arbusti e alberi, soprattutto sempreverdi, che davano ombra ( mites), un giusto sfondo all’architettura e un buon profumo. Ampia diffusione avevano nei giardini gli alberi da frutto, e oltre il giardino poteva esserci un frutteto: l’albicocco, il pesco, il ciliegio, il melograno, il melo, il pero, il susino, il fico erano frequenti e utilizzati in tutte le loro parti. Gli affreschi raffiguranti la vite sono così precisi da rendere riconoscibili le varietà; l’abbondanza di torchi, anfore e celle vinarie rinvenute a Pompei testimonia un’abbondante produzione di vino e fonti letterarie raccontano di un vino vesuviano pregiato. Nell’area cresceva anche l’olivo: l’olio era anche la base di profumi e unguenti, il legno era usato nei mobili intarsiati, i residui del frantoio alimentavano le lucerne, la morchia allontanava gli insetti dai granai.
Attiguo al frutteto si trovava l’orto: era sfruttato per l’uso familiare e per la vendita e produceva fave, piselli, lupini, cavoli, cipolle e insalate. Gli orti si trovavano anche intorno a Pompei e ogni giorno fornivano vegetali freschi al mercato cittadino: bisogna considerare che l’assenza di refrigerazione e la viabilità impervia rendevano necessario produrre vicino al mercto di vendita. I cavoli erano considerati i re delle verdure e ne erano coltivate parecchie varietà. La migliore qualità di carciofi veniva da Cartagine. Il finocchio e la lattuga, sacri ad Adone, erano molto usati come calmanti e sonniferi. La zucca e il cetriolo erano coltivati sin dai tempi più antichi, e indivia e asparagi selvatici erano molto apprezzati. Sono stati ritrovati a Pompei alcuni semi di cocomero frutto che appariva esclusivamente sulle mense imperiali.
I giardini di Pompei rappresentavano anche la farmacia e la profumeria di casa. In medicina molti ingredienti erano posti a macerare nel vino, la cui base alcolica estraeva i principi attivi, mentre specie odorose, come gigli, rose e viole, erano destinate alla preparazione dei profumi. Alcune specie vegetali erano anche impiegate come piante tintorie e, a seconda della fibra e del mordente utilizzati, davano colori diversi.
Nel paesaggio vesuviano erano presenti anche piante tessili:il lino e la canapa per produrre vestiario, tappezzeria e vele, reti da pesca; lo sparto per le suole delle scarpe leggere e il cordame, i giunchi, per le stuoie, i canestri e le sporte.
Nell’agosto del 79 d.C. la natura vinse l’homo georgicus e il vulcano ha sepolto gli orti di Pompei.

Testo: Stefania De Pascale – Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Medioevo

Il giardino arabo

La Primavera, scuola di Mewar
La Primavera, scuola di Mewar 1700 circa

Il Giardino arabo era progettato per rappresentare il paradiso, pieno di colture ornamentali, frutteto e orto che soddisfano tutti e cinque i sensi: la vista con i colori dei fiori e le linee armoniose; l’olfatto con i profumi intensi di ogni stagione; il tatto con la freschezza degli alberi e delle foglie in particolare; il gusto con i frutti sempre presenti; l’udito con lo scorrere dell’acqua.

Giardino della felicità
Giardino della felicità, miniatura Moghul, 1590 circa

Si deve agli arabi l’introduzione in Europa mediterranea di alcune importanti specie coltivate quali le melanzane, il limone, l’arancio, il pesco, l’albicocco, il cotone, la canna da zucchero, il riso, il carrubo.

Testo: Manuel Vaquero Piñeiro & Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia

l’hortus conclusus medievale

Hortus conclusus 1

Il medioevo è un periodo storico-culturale che abbraccia circa un migliaio di anni, dalla caduta dell’impero romano d’Occidente (476 d.C.) alla scoperta dell’America (1492).
Nella città medievale, sul retro delle case, sorgevano angusti orti in cui si coltivavano, in ordinati riquadri, erbe aromatiche, generi di prima necessità, a volte anche vigneti e frutteti.

L'Orto Monastico (foto Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma)
L’Orto Monastico (foto Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma)

L’ hortus eone/usus (latino, traducibile in italiano come “giardino recintato”) è la forma
tipica di orto-giardino medievale, legato soprattutto a monasteri e conventi, dove la Chiesa garantiva organizzazione civile e sociale.

Hortus conclusus 3

Come dice il nome stesso si trattava di una zona verde, generalmente di piccole dimensioni, circondata da alte mura, dove i monaci coltivavano, al sicuro da invasioni e scorrerie, piante e alberi per scopi alimentari e medicinali; era anche uno spazio adibito alla lettura, alla preghiera e alla meditazione mentre pressoché sconosciuta era la funzione decorativa.

Hortus conclusus 4

San Benedetto da Norcia (480-555?) con la costruzione di numerosi insediamenti monastici in tutta Europa e l’applicazione della sua “Regola” contribuì enormemente alla insegnamento e alla diffusione delle tecniche agronomiche e di coltivazione.

Testo: Manuel Vaquero Piñeiro & Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia

Monasteri Benedettini in Umbria

Ricostruzione Complesso Monastico
Ricostruzione Complesso Monastico

L’Umbria è la culla del monachesimo benedettino. Intorno al 480 a Norcia, tra le vallate appenniniche, nasce San Benedetto, ispiratore della famosa regola “Ora et labora” che prima dell’anno Mille determinò la formazione nell’Europa occidentale di una capillare rete di abbazie e monasteri, dall’Inghilterra all’Italia dalla Germania alla Penisola Iberica. I cosiddetti “monaci neri”, in considerazione del colore della veste che indossavano, favorirono a partire del VI secolo il radicamento di una nuova cultura agraria, attenta alla coltivazione dei campi, all’introduzione di tecniche più avanzate, alla gestione dei corsi d’acqua con la costruzione di mulini, alla cura degli orti. Perciò l’insediamento dei benedettini costituisce un capitolo fondamentale per lo sviluppo dell’agricoltura occidentale.

Abbazia Santi Severo e Martirio
Abbazia Santi Severo e Martirio, Orvieto

In Umbria si riscontra la stretta relazione che intercorre tra ambiente, secolare lavoro dei monaci e forme architettoniche. Si può citare l’abbazia di San Pietro alle porte di Perugia che attualmente accoglie il dipartimento di agraria dell’Università di Perugia a testimoniare il lungo e proficuo legame che nel corso del tempo si è consolidato tra tradizione benedettina e modernizzazione delle pratiche agronomiche. Se prima erano i monaci a trarre vantaggio dai codici custoditi con cura nelle loro biblioteche adesso sono gli studenti a formarsi negli stessi ambienti. Ugualmente possiamo rivolgere l’attenzione ai monasteri di San Pietro in Valle (Ferentillo) o di Santa Croce in Sassovivo (Foligno) che con l’insediamento monastico in zone di montagna impervie rappresentano l’intento di colonizzare spazi ricoperti di boschi. Ma anche in pianura gli esempi sono altrettanto eloquenti. Qui riscontriamo gli effetti profondi dell’azione agraria portata avanti dei monasteri di San Salvatore di Monte Corona (Umbertide), di Santa Maria di Valdiponte (Perugia) o di di Santi Severo e Martirio (Orvieto) che hanno svolto un ruolo essenziale nello sviluppo delle vigne, degli ulivi, dei bachi da seta per arrivare in tempi più recenti al tabacco e il mais.
Ma non possiamo dimenticare che l’Umbria è allo stesso tempo la terra di San Francesco. Non a caso proprio ad Assisi, nella città del “poverello”, a pochi metri di distanza della magnifica basilica affrescata dal Giotto, sorge l’abbazia di San Pietro che nel XIX secolo divenne colonia rivolta alla accoglienza e educazione di bambini orfani. L’obiettivo era di procedere all’inserimento nella società dei ragazzi, obbiettivo da compiersi attraverso l’insegnamento dei nei lavori nei campi e la formazione di un saper fare in agricoltura. Orientamento formativo simile a quello che oggi cresce con l’agricoltura sociale, un fenomeno che in Umbria si colloca in un fertile solco di tradizione e passato.

Testo: Manuel Vaquero Piñeiro – Università degli Studi di Perugia

Rinascimento

Pietro de’ Crescenzi:

l’orto medievale versus l’orto rinascimentale

De Ruralium Commodorum
De Ruralium Commodorum – P. De Crescenzi “1299 -1305″

Pietro de’ Crescenzi, noto anche come Pier Crescenzio (Bologna, 1233 – 1320), è stato uno scrittore e agronomo italiano.
Studioso di filosofia, di medicina, di scienze naturali, di giurisprudenza, è considerato il maggiore agronomo del Medioevo occidentale .
Nel Ruralium Commodorum libri Xli teorizzò tecniche agronomiche e di coltivazione degli orti-giardini, la cui applicazione determinerà elementi caratteristici del paesaggio agrario moderno in Italia. Previde norme per i giardini “dei re e dei signori”, ma anche “delle persone mezzane”: i primi cinti di mura, con fontana e “selva d’alberi”; i secondi cinti di siepi, alberi da frtto, ma non privi di una “pergola ombrosa”.
Il trattato fu uno dei pochissimi testi di agronomia a vedere la luce nel periodo medievale.

Testo: da Wikipedia

Le ville medicee come orti-giardini all’antica

Villa Medicea 1
Villa Medicea di Petraia

Nel 1537 un giovane diciottenne, Cosimo de’ Medici ricevette il titolo di Duca di Firenze.
Cosimo, discendente di un ramo collaterale della famiglia che aveva tenuto le redini di Firenze nel secolo precedente, continuò il mecenatismo che aveva caratterizzato i suoi antenati.
Nella corte fiorentina si seguivano con grande interesse sia gli aspetti artistici , sia gli aspetti scientifici e di questi aspetti gli orti e i giardini realizzati nel Cinquecento rimangono una delle migliori espressioni.
Cosimo e i suoi due figli succeduti al trono granducale, Francesco e Ferdinando, furono tutti dei grandi appassionati di botanica e agricoltura.
Nel 1543 Cosimo fondò a Pisa il primo orto botanico del mondo e due anni dopo, nel 1545, inaugurò il Giardino dei semplici di Firenze.

Villa Medicea di Castello
Villa Medicea di Castello
Villa Medicea di Castello 2
Villa Medicea di Castello
Villa Medicea di Petraia
Villa Medicea di Petraia

Tra il 1537 e il 1609 i primi tre granduchi portarono a compimento la rete delle ville medicee che vennero circondate da importanti orti-giardini. Le immagini delle ville medicee di Giusto Utens, commissionate da Ferdinando e dipinte tra il 1599 e il 1602, testimoniano le coltivazioni produttive distribuite nei giardini fiorentini: nella villa di Castello venne raccolta una delle più importanti collezioni di agrumi d’Europa, nella villa di Petraia gli alberi rappresentati nel giardino erano dei peri allevati nani. Queste coltivazioni particolari erano gradite per due motivi: non impedivano la vista dei panorami circostanti e, poiché venivano citate nei trattati di agricoltura di epoca romana, potevano essere prese ad esempio per ricreare gli orti-giardini all’antica.

Testo: Marco Maovaz – Università degli Studi di Perugia

Età moderna

L’assolutismo del Grand Siècle (XVII sec.) nell’orto: il Jardin Potager di Versailles

Jardin Potager
Jardin Potager di Versailles, XVII secolo

La fama di Versailles non è legata solo ai favolosi giardini e agli edifici, un ruolo notevole nella creazione dell’aura mitica che circondava la reggia del Re Sole fu giocato dal Jardin potager e dal suo creatore: Jean De La Quintinie (1624 – 1688).

Jardin Potager 2
Jardin Potager di Versailles, XVII secolo

Sempre imitato e mai superato, questo giardino produttivo venne realizzato per approwigionare la viziata corte francese e per dimostrare l’eccellenza francese nell’orticoltura.
De La Quintinie otteneva primizie impensate, piselli in aprile, fichi a giugno e lattughe a Natale per stupire gli ospiti stranieri di riguardo.
Per avere un’idea della varietà seicentesca, il Jardin conteneva 50 cultivar di pere, compresa la preferita del re, la Bon-Chrétien, 20 cultivar di mele e 16 cultivar di lattuga.

Jardin Potager 3
Jardin Potager di Versailles, XVII secolo

La frutta e le verdure prodotte a Versailles furono uno degli argomenti preferiti della corte, come ricorda Madame de Sévigné nelle sue lettere “La mania per i piselli continua. L’attesa impaziente di mangiarli, mangiarli e il piacere di averli mangiati sono stati i tre argomenti di cui i principi hanno discusso negli ultimi quattro giorni”.
Il re del resto non badava a spese per queste produzioni: della gestione degli orti, delle serre e dei 12.000 alberi da frutto si occupavano a tempo pieno trenta giardinieri esperti.

Testo: Marco Maovaz – Università degli Studi di Perugia

Età contemporanea

Pietro Verri e il giardino illuminista “della botanica del palato” (XVIII sec.).

Pietro Verri
Pietro Verri

Nel 1764 il letterato Pietro Verri pubblicò sul giornale Il Caffè una descrizione di un orto ideale che testimonia i grandi progressi della globalizzazione botanica: “Quello che resta alla sinistra entrando è destinato alla botanica del palato: ivi trovate tutte le erbe, e i frutti più saporiti dell’Asia, dell’Agrica, e dell’America, e gli asparagi, i poponi, e le lattuche più squisite d’Olanda, le quali senza offendere l’illustre lignaggio degli Ananassi, e dell’uve di Buona Speranza, s’alimentano sullo stesso terreno: col mezzo delle serre riscaldate attentamente ivi avete i frutti più esotici, e pellegrini […]. Il Marchese ha ricusato di ammettere fra questi vegetabili la vastissima serie delle piante forestiere, le quali sterilemente occupano il terreno […] tutto qui servir deve o all’istruzione, o ai piaceri dell’odorato, e della mensa; il fasto, la vana magnificenza non degne d’un uomo di questo, che cerca il vero, non l’ostentazione, e l’opinione del volgo”.

Il Caffè
Il Caffè

Verri era ben consapevole del significato etico ed illuminista di questo orto: l’utilità degli ortaggi contrapposta alla passione per le piante ornamentali esotiche, che stavano diventando degli status symbol e che avrebbero fatto relegare lontano dalle dimore, in pochi anni, gli orti e i fruttti.
Bisognerà aspettare qualche anno prima di rivedere delle parti produttive trattate in maniera ornamentale.

Testo: Marco Maovaz – Università degli Studi di Perugia

Lo storicismo tra Ottocento e Novecento e il revival degli orti ornamentali: Villandry

Giardino di Villandry
Orto del Giardino di Villandry

L’arrivo delle flore mondiali nei giardini del vecchio continente ebbe dei risvolti negativi ‘per gli orti e i frutteti, che gradualmente vennero sempre più nascosti alla vista.
A salvare il ruolo degli orti nella disposizione dei giardini ornamentali arrivarono, alla metà del XIX secolo, lo storicismo e i revival degli stili architettonici passati.
Nel corso dell’Ottocento si cominciarono infatti a studiare e a riproporre le planimetrie dei giardini storici e ci si accorse dell’importante ruolo che avevano avuto le parti produttive nelle varie epoche.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento cominciarono a comparire nuovamente piante ornamentali nei giardini.
Successivamente si passò alla ricostruzione di interi orti ornamentali, il cui esempio più famoso rimane l’orto del giardino di Villandry realizzato a partire dal 1906. Il proprietario del castello, Joachim Carvallo, commissionò al paesaggista spagnolo Javier de Wynthuysen il restauro del parco. De .Wynthuysen si ispirò ai giardini rinascimentali francesi e italiani, sui quali innestò elementi tipici del giardino spagnolo, come le ceramiche. Pur essendo una ricostruzione, l’orto-giardino di Villandry è diventato nel corso degli anni una delle mete più visitate ed apprezzate della Loira.

Testo: Marco Maovaz – Università degli Studi di Perugia

Industrializzazione e orticoltura urbana

orticultura urbana 1

Durante il periodo della Rivoluzione Industriale in Europa un elevato numero di lavoratori e le loro famiglie emigrò dalle zone rurali verso le città in cerca di lavoro nelle fabbriche.

orticultura urbana 2

Molto spesso queste famiglie vivevano in condizioni economiche precarie, di emarginazione sociale e di malnutrizione, per cui gli “orti dei poveri” (i migrant gardens anglosassoni, i jardins ouvriers francesi), allestiti in appezzamenti di proprietà delle amministrazioni locali, delle fabbriche o di comunità religiose, ebbero il compito di alleviare questa situazione permettendo la coltivazioni di ortaggi e l’allevamento di piccoli animali.

orticultura urbana 3

La prima associazione di singole persone, famiglie o piccole comunità dedite alla coltivazione di orti urbani fu costituita in Germania nel 1864 in seguito alle iniziative elaborate dal medico Daniel Gottlob Moritz Schreber (1808 – 1861) a cui in quel paese è ancora associata l’idea degli orti urbani che prendono perciò anche il nome di “Schrebergarten” . Nel 1921, dopo più di un decennio di discussioni preparatorie, gli orti urbani tedeschi si sono orgnizzati nella Bundesverband der Gartenfreunde (www.kleingarten-bund.de/bundesverband) che oggi riunisce circa 1,5 milioni di membri in circa 15.000 associazioni (di cui ben 900 con 80.000 orti nella sola Berlino).

orticultura urbana 4

orticultura urbana 5

In Francia la storia degli orti urbani ha ufficialmente inizio nel 1896, anno in cui l’abate Lemire fonda la “Ligue du Coin de Terre et du Foyer” e crea l’ “Ouvre de Jardins Ouvriers” allo scopo di offrire un aiuto alle famiglie in gravi difficoltà economiche. Durante l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1900, l’associazione ha un proprio stand in cui presenta il progetto degli orti urbani e nel 1909 i ”jardin ouvriers” vengono riconosciuti di pubblica utilità. La diffusione degli orti è enorme durante gli anni del primo conflitto mondiale e nel 1926, nel trentennale dell’associazione, sotto lo stimolo della lega francese (che, nel 1921, aveva mutato il nome in “Fédération Nationale des Jardins Ouvriers de France’) viene istituito l”‘Office lntemational du Coin de Terre et des Jardins Ouvriers” ad opera dei delegati degli orti di Francia, Lussemburgo, Austria, Inghilterra, Germania.

orticultura urbana 6

orticultura urbana 7

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

Gli orti di guerra

Orto di guerra 1

L’utilità e la diffusione degli orti urbani divenne ancora più importante nella prima metà del XX secolo, durante le due Guerre Mondiali, quando la situazione socio­ economica era sconvolgente soprattutto dal punto di vista alimentare.

Orto di guerra 2

Molte città infatti erano isolate dalle zone rurali periferiche cosicché i prodotti agricoli non riuscivano più a raggiungere i mercati cittadini ed erano venduti a prezzi molto alti o al mercato nero.

Manifesto orti di guerra

Conseguentemente la produzione di derrate alimentari, soprattutto frutta e ortaggi, negli orti familiari e negli orti urbani (divenuti “orti di guerra” in Italia, Victory Gardens nei paesi anglosassoni) divenne essenziale per la sopravvivenza.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

L’orticoltura urbana dalla funzione produttiva alla multifunzionalità

Orti urbani
Orti urbani

Tra gli anni ’70 e ’80 del XX secolo, periodo caratterizzato da una forte espansione industriale, gli orti urbani si sono sviluppati soprattutto dove era in atto un massiccio processo di inurbamento, connesso a fenomeni di immigrazione di massa. La funzione agricolo-produttiva era da considerarsi a pieno titolo la più importante. Gli orti urbani fornivano un prodotto che serviva in maniera preponderante all’autoconsumo, ma che si immetteva anche in un circuito di economia di baratto. L’integrazione di un salario insufficiente, ottenuta con grande fatica (spesso i terreni si presentavano come vere e proprie discariche), era sicuramente la componente primaria ma certamente non l’unica. Il profilo tipo dell’orticoltore urbano era quello di chi cerca di recuperare valori e radici che sembrano lontani e perduti, anche a costo di conquistarsi, spesso abusivamente, un fazzoletto di terra in aree marginali e degradate delle periferie urbane. In questi nuovi contadini operai vi era la volontà di recuperare valori ed esperienze lontani attraverso strumenti come la terra e l’agricoltura legati al loro vissuto. L’orto dunque si rivelava anche elemento di dentificazione per gli immigrati e dava, inoltre, opportunità di svago, di impiego del tempo libero, occasioni di ritrovo.
A partire dagli anni ’90, il crescente benessere nei paesi industrializzati ha collocato in secondo piano la produttività dell’orto, intesa come integrazione del reddito. Il prodotto è sì ancora importante, ma si sono fatte spazio altre esigenze, come la possibilità di avere a disposizione alimenti freschi di cui si conosce il processo produttivo. L’orto acquista importanza anche per la valorizzazione, il mantenimento e la conservazione di prodotti vegetali tipici del territorio. La produzione degli orti urbani è ancora destinata principalmente all’autoconsumo, ma ci sono anche orticoltori che vendono i loro prodotti, a buon prezzo, ai vicini di casa e ai gruppi di acquisto solidale, i cosiddetti GAS, che “fanno la spesa” direttamente dai piccoli coltivatori urbani.
Oggi, la funzione produttiva dell’agricoltura urbana in generale e dell’orticoltura urbana in particolare è fondamentale nei paesi in via di sviluppo dove l’accesso al cibo è fortemente limitato e l’eradicazione della povertà è uno dei Millennium Development Goals, ma è ridiventata importante anche in molti paesi sviluppati a causa della crisi economica e di una sempre più ampia fascia di popolazione urbanizzata in condizioni di sottoalimentazione e precarietà del reddito.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

L’orticoltura urbana nei PVS

Orticultura urbana PVS

Sebbene l’agricoltura urbana non contempli solo la produzione di ortaggi e frutta, il settore dell’orticoltura è indubbiamente quello di maggior rilievo nelle città e fornisce un reddito significativo e regolare non solo ai produttori ma a tutti gli attori della catena produttiva. Le colture orto-frutticole, se paragonate alle altre colture ad uso alimentare, sono caratterizzate da un potenziale produttivo molto più elevato e possono fornire fino a 50 kg/m2 di prodotti freschi all’anno, in relazione alle specie e alle tecnologie di produzione adottate.
L’orticoltura urbana e peri-urbana può includere tutte le specie orto-frutticole per uso alimentare, ma il tipo di coltura praticata dipende dal contesto considerato ed è strettamente legata alla cultura locale e alle tradizioni.
In linea generale, all’interno delle città si preferiscono coltivare colture a ciclo più breve, mentre le zone peri-urbane sono riservate a quelle a ciclo più lungo o per i frutteti. La coltivazione nelle aree urbane e peri-urbane differisce in modo sostanziale rispetto a quella in ambiente rurale. Il vincolo maggiore che si ha nelle città è la limitata disponibilità di suolo e ciò porta ad una forte intensificazione colturale ed alla scelta delle specie di maggior reddito.
L’orientarsi verso colture orticole è determinato anche dal fatto che, rispetto ad altre coltivazioni ed attività agricole, l’orticoltura è caratterizzata da una maggiore efficienza d’uso delle risorse, tra cui suolo e acqua. Proprio in relazione alla disponibilità di suolo e acqua, l’orticoltura urbana può essere suddivisa, a grandi linee, in tre categorie:
• sistemi orticoli altamente intensivi che utilizzano anche tecnologie di coltivazione avanzate (es. irrigazione localizzata e sistemi fuori suolo);
• mini- o micro-orti (che utilizzano anche sistemi di coltivazione fuori-suolo semplificati);
• orti comunitari.
A solo titolo di esempio si stima che ci siano circa 7.000 ha di orti urbani ad Hanoi (Vietnam), 26.000 orti all’Havana (Cuba), 10.000 ha a Shanghai (Cina), 27.000 orti nelle scuole, 42.000 orti comunitari e 1.600.000 orti famigliari a Baguio (Filippine).
Slow Food (www.slowfood.it) ha promosso un programma di sviluppo alimentare in Africa incentivando la realizzazione di 10.000 orti familiari.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

L’orticoltura urbana multifunzionale contemporanea

Orticultura urbana multifunzionale

L’orticoltura urbana dalla finalità originaria di assicurare l’approvvigionamento di derrate alimentari si è quindi oggigiorno spesso evoluta svolgendo funzioni estetico­ ricreative, educative, sociali o terapeutiche in relazione alle mutate condizioni economiche e socio-culturali. I “community gardens” e gli “allotment gardens” dei paesi anglosassoni sono paradigmatici di questa evoluzione.
I community gardens sono appezzamenti di terreno che sono curati collettivamente da un gruppo di persone. La maggior parte dei community gardens sono aperti al pubblico per la fruizione di spazi verdi in aree urbane con diverse opportunità di relazioni sociali, ricreazione, formazione, semplice relax e, owiamente, produzione di ortaggi e altre colture a cura diretta degli associati.
I piccoli appezzamenti di terreno in ambito urbano adibiti ad orti amatoriali sono una realtà diffsa in tutto il mondo: i “kleingarten” in Austria, Svizzera e Germania; gli “ogròdek dzialkòwy” in Polonia; i “rodinnà zahradka” nella Repubblica Ceca; i “kiskerteK’ in Ungheria; i “vo/kstuin” in Olanda e Belgio; i ”jardins ouvriers” o ”jardins familiaux” in Francia e Belgio; i “kolonihave” in Danimarca; i “kolonihage” in Norvegia; i “kolonitraetgard” in Svezia; i “siirtolapuutarhaf’ in Finlandia; gli “shimin-noen” in Giappone; i “community gardens” e gli “allotment gardens” nei paesi anglosassoni; gli “orti urbani” o gli “orti sociali” in Italia.
Oggi l’Office lnternational du Coin de Terre et des Jardins Ouvriers è il più importante
raggruppamento di orti urbani amatoriali d’Europa che raggruppa organizzazioni di
14 nazioni (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia, Slovacchia, Svezia, Svizzera) con più di 3 milioni di associati (www.jardins-familiaux.org).
In Inghilterra i circa 300.000 orti urbani amatoriali sono organizzati in più società, tra le quali, la più importante è la National Society of Allotment and Leisure Gardeners (NSALG) le cui origini risalgono al 1901 (www.nsalg.org.uk).
Negli USA gli orticoltori urbani hanno costituito varie associazioni accorpatesi poi nel 1979 nella American Community Gardening Association (www.communitygarden.org).
In Canada c’è una diffusione crescente dei “community and allotment gardens” e di altre forme di orticoltura urbana (rooftop and back-yards gardens, urban farms…) al fine di contribuire alla sicurezza alimentare di alcune fasce sociali di cittadini. Oggi Montreal ha il più grande programma di orticoltura urbana del Canada e, su 100 community gardens, 73 sono mantenuti dall’amministrazione cittadina che fornisce gli appezzamenti, le attrezzature, l’approvvigionamento idrico, la raccolta di residui e provvede anche a forme di assistenza tecnica. L’origine degli orti a Montreal risale agli inizi degli anni ’70, quando dei cittadini di origine prevalentemente italiana e portoghese cominciano ad appropriarsi degli incolti ai lati della ferrovia e delle linee idroelettriche. Il primo programma ufficiale ed organizzato di “orticoltura della comunità” nasce nel 1975; in seguito nel 1979, grazie all’attivismo di Pierre Bourque
– l’allora direttore dell’orto botanico, che sarebbe poi diventato sindaco di Montreal – l’amministrazione comunale decide di classificare a parco buona parte degli orti urbani per sottrarli alla lottizzazione. Grazie a questa iniziativa, ben due terzi degli orti urbani di Montreal sono classificati attualmente a parco.
In Giappone l’associazione degli orti urbani ( Shimin-noen Seibi Sokushin-ho) si è formata negli anni ’80 prendendo ad esempio l’esperienza tedesca e inglese.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

Evoluzione dei community gardens

community gardens

I community gardens sono diffusi in tutto il mondo ma particolarmente negli USA, in Canada, Australia e Nuova Zelanda anche se i loro scopi, struttura e organizzazione sono piuttosto variabili.
In nord America i community gardens spaziano da aree familiari (versione contemporanea dei “relief gardens” e dei “victory gardens”, orti di guerra), dove si coltivano piccoli appezzamenti di ortaggi, a interventi di “rinverdimento” di angoli di strada, fino a progetti più ampi di verde urbano allo scopo di preservare o mantener aree naturali e parchi o recuperare e riqualificare aree urbane dismesse in ambienti urbani degradati dal punto di vista urbanistico e sociale (si veda ad esempio a New York l’organizzazione ” Green Guerrillas”, www.greenguerrilla.altervista.org, o quella Green Thumb, www.greenthumbnyc.org).
In Gran Bretagna e nel resto dell’Europa, invece, gli orti urbani amatoriali hanno assunto prevalentemente il carattere di “al/otment gardens”, cioè di aree suddivise in piccoli appezzamenti assegnati per la coltivazione ad un singolo associato a fini produttivi, sociali o educativi.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

Agricoltura sociale e orticoltura

agricoltura sociale

L’agricoltura sociale comprende una pluralità di esperienze accomunate dalla caratteristica di integrare nell’attività agricola attività di carattere socio-sanitario, educativo, di formazione e inserimento lavorativo, di ricreazione, diretti in particolare a fasce di popolazione svantaggiate o a rischio di marginalizzazione (www.forumagricolturasociale.it).
In questo contesto rientrano gli orti orti a fini educativi, per detenuti, per anziani e terapeutici.
In particolare I’ “ortoterapia” (Horticu/tural Therapy) è il termine con il quale si indica
la metodologia base che vede l’utilizzo dell’orticoltura come supporto in processi terapeutici di riabilitazione fisica e psichica di persone che presentano determinati handicap, particolari disturbi o forme di disagio sociale.
Il principio fondamentale sul quale si basa l’ortoterapia è la più generale positiva azione psicologica e fisiologica di tutte le sensazioni ed emozioni che scaturiscono dal contatto con la natura, soprattutto in quei contesti (una passeggiata in un parco, la cura di un orto, la presenza e la vista di piante e fiori. ..) in cui tale rapporto uomo/natura non ha il carattere di impegno lavorativo.
Oggi in tutto il mondo l’ortoterapia è una metodologia consolidata e riconosciuta per il trattamento di un ampio ventaglio di disturbi per le persone in programmi non solo terapeutici ma anche votati al semplice benessere delle persone, come si evince dagli scopi e dai campi di attività di numerose associazioni come l’American Horticultural Therapy Association (la cui rivista scientifica ufficiale è il Journal of Therapeutic Horticulture) fondata nel 1973 (www.ahta.org), la Thrive fondata nel 1978 in Inghilterra (www.thrive.org.uk) , la Canadian Horticultural Therapy Association fondata nel 1987 (www.chta.ca) , la Japanese Horticultural Therapy Society fondata nel 1996 (www.jhts.jp), l’Australian Horticultural Therapy Association (www.ahta.org.au), la German Association for Horticulture and Therapy fondata nel 2001 (www.ggut.org), l’associazione Horticultural Therapy Swiss costituita nel 2004 (www.horticulturaltherapy.ch) e dai sempre più numerosi corsi universitari.
In Italia, per il momento, solo la Scuola Agraria del Parco di Monza ha indetto corsi periodici di specializzazione per ortoterapista, riconosciuti ufficialmente a livello normativo e finanziati dalla Regione Lombardia.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

L’orticoltura urbana in Italia

orticultura urbana in italia

In Italia, coltivazioni orticole erano presenti all’interno delle aree urbane già dalla prima metà del XIX secolo; tale presenza accompagnò lo sviluppo delle città nei decenni successivi integrandosi alle trasformazioni urbanistiche, in particolare del nord Italia. In questo periodo e nei primi decenni del XX secolo, il carattere autonomo e spontaneo degli orti urbani coesiste con iniziali forme di assegnazione e gestione di aree orticole, messe in atto direttamente da imprenditori industriali attraverso i cosiddetti “villaggi operai”. In molte città italiane, all’inizio degli anni ’40, gli orti cambiano nome e diventano “orti di guerra”. Il numero sale vertiginosamente in quasi tutte le città (a Milano si passa da meno di mille a più di diecimila unità), dove vengono messe a coltivo anche le aree comunali a giardino, i parchi pubblici, le sedi stradali. Durante il conflitto anche le aree distrutte dai bombardamenti vengono coltivate. Finita la guerra iniziano le attività di ricostruzione: cresce il lavoro, crescono le industrie, la città si ingrandisce, il prezzo dei terreni fabbricabili sale e così il fenomeno degli orti urbani decresce significativamente. Ma gli orti non spariscono del tutto, si spostano dai centri cittadini per ricomparire, spesso abusivamente, nelle periferie. In città come Milano e Torino, i coltivatori sono gli immigrati dalle campagne per i quali è stato traumatico il balzo alla città e alla grande fabbrica. Dopo questa fase, databile tra gli anni ’50 e ’60, il fenomeno degli orti urbani riprende vigore soprattutto nelle città industriali del ·nord, in particolare nelle aree periurbane, cioè in quelle zone di “transizione” tra città e campagna destinate storicamente ad accogliere determinate attività (industrie, infrastrutture ferroviarie, depositi, centrali del gas e dell’acqua, ecc.) e che in quegli anni vengono inglobate all’interno delle città in crescita. Sono queste zone caratterizzate da un diffuso degrado e dall’isolamento sociale tipici dei quartieri dell’estrema periferia cittadina. È qui che saranno edificati i complessi abitativi destinati alla nuova manodopera industriale proveniente dal meridione di Italia e sono queste le aree in cui il fenomeno degli orti urbani avrà il suo massimo sviluppo. A questo riguardo, il caso di Torino è significativo: nella città piemontese, durante gli anni ’70, gli orti erano ad appannaggio degli immigrati meridionali e, nel 1980, su una popolazione residente di circa 1.143.000 abitanti risultava una superficie ortiva di 146 ha. L’ampiezza del fenomeno spinse l’Amministrazione Comunale, nell’ambito di un ampio progetto di riqualificazione di aree marginali della città e di regolamentazione degli spazi ortivi in esse presenti, ad awiare uno studio approfondito sul fenomeno degli orti urbani da cui emerse che gli artefici del boom orticolo torinese erano proprio gli immigrati meridionali: contadini, braccianti, pastori che, costretti a trasformarsi in operai nelle grandi fabbriche, mantenevano un rapporto con la loro cultura d’origine, con le loro radici, attraverso la coltivazione di decine di migliaia di piccoli appezzamenti, ricavati lungo le rive dei fiumi cittadini (Sangone, Stura, Dora, Po), lungo le reti ferroviarie, i tracciati viari e in qualunque altro pezzo di terreno residuale. Nello stesso periodo, a Milano, viene svolta dall’Associazione Italia Nostra una ricerca sulla situazione ortiva dal dopo guerra in poi. Dallo studio si rileva una crescita consistente degli orti urbani fra il 1964 ed il 1980: si passa, infatti, da circa 91 ha di aree orticole a 285 ha. I lotti sono coltivati o da anziani (la maggior parte dei quali possedevano l’orto già da molto tempo) o da giovani immigrati (ci si riferisce ancora ad una immigrazione interna al paese) che integrano tale attività con il lavoro dipendente. A partire da questo studio, il comune di Milano, ravvisando l’utilità sociale degli orti, incarica gli uffici decentrati di censire le aree potenzialmente adatte alla coltivazione urbana e di fornire una lista di persone interessate al progetto (Bulli, 2006). Attualmente, il fenomeno degli orti sociali nell’hinterland milanese è ampio e diversificato. Di particolare interesse risultano le esperienze del “Parco Nord Milano” e di “Boscoincittà”. A partire da quegli anni, assieme a Torino e Milano, altri capoluoghi di provincia e molti altri comuni hanno messo a disposizione appezzamenti di terreno ed hanno riproposto l’esperienza degli orti mutuandola sulla propria tipologia urbana ed in risposta alle dinamiche sociali delle loro comunità. Tra i più attivi sono da segnalare i comuni dell’Emilia Romagna dove si sono moltiplicate le esperienze di orti urbani, rivolte soprattutto agli anziani, e dove è sorta nel 1990 l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti (ANCeSCAO), oramai diffusa in tutto il Paese e che conta oltre 390.000 soci e 1.328 Centri Sociali (www.ancescao.it).

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Ganquinto – Università degli Studi di Bologna

Gli orti per fini didattico-educativi

school gardens

L’importanza didattica e formativa diventa cruciale qualora inserita nell’ambito di programmi scolastici (“school gardens”) come avviene fin dagli anni ’20 ad Amsterdam in Olanda o più recentemente nel “Land” Saxe-Anhalt in Germania o negli USA.
Attività per bambini ed adolescenti sono organizzate regolarmente negli orti urbani in Germania, Austria, Polonia e Lussemburgo, spesso insieme ai genitori.
La FAO, inoltre, promuove l’organizzazione e la diffusione di school gardens quale strumento di miglioramento del livello di nutrizione e di istruzione dei bambini nei paesi in via di sviluppo.
In Italia gli orti scolastici esistevano già agli inizi del XX secolo, in particolare a Milano, dove si sperimentavano le “scuole attive”, poi le iniziative sono state pian piano abbandonate. Oggi il progetto “Orto in condotta” di Slow Food (www.slowfood.it), in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, che riprende un’analoga iniziativa degli school gardens nata nel 2003 negli USA, vede coinvolte tutti regioni, 439 orti e circa 30.000 bambini e ha lo scopo di migliorare l’approccio alimentare delle nuove generazioni, di creare un rapporto con la natura vitale e contagioso, di realizzare lo scambio tra generazioni, visto che al progetto sono coinvolti i genitori, i nonni e gli anziani dei quartieri.

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna

Gli orti urbani per anziani

orti urbani per anziani

Le attività connesse all’orticoltura amatoriale e al giardinaggio sono di moderata intensità e provocano stimoli sensoriali multipli per cui nelle persone anziane favoriscono il miglioramento del livello di colesterolo totale, della pressione sanguigna, della tonicità muscolare, della mobilità articolare, la diminuzione dell’incidenza di osteoporosi, di arresti cardiaci, di infarti, della mortalità, l’aumento del benessere psicologico ed il rafforzamento dell’integrazione sociale.
I risultati sono così incoraggianti e costanti che qualcuno ha pensato anche di proporre la cura del verde come una attività sportiva per adulti: la “Green gym”, attività nata in Inghilterra nel 1997 per invenzione del dottor William Bird, che vuole unire i benefici dell’attività fisica con il “volontariato ecologico” e che in dodici anni ha coinvolto nel Regno Unito oltre seimila persone, raggruppate in 55 progetti di lavoro (www.tcv.org.uk/greengym).
Comunque, per ottenere gli effetti benefici sulla salute e sul benessere generale l’attività orticolturale dovrebbe avere dei pre-requisiti che tengano conto delle specifiche esigenze degli anziani. Alcuni autori, inoltre, suggeriscono la possibilità di elaborare programmi integrati di orticoltura amatoriale per anziani e bambini allo scopo di sfruttare le interazioni positive del mutuo scambio intergenerazionale.
Nel 1990 è stata fondata l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e
Orti (ANCeSCAO), oramai diffusa in tutta Italia che conta oltre 390.000 soci e 1.328 Centri Sociali (www.ancescao.it).

Testo: Francesco Tei – Università degli Studi di Perugia e Giorgio Prosdocimi Gianquinto – Università degli Studi di Bologna